martedì 7 marzo 2017

Arletty, Sartre e Céline, di di Marco Fagioli e Stefano Lanuzza su "il Giornale" e "Libero"

IL GIORNALE

Arletty, la diva ribelle che girò capolavori e si condannò all'oblio

Cinque anni fa era stata la volta di un romanzo poliziesco con lei per protagonista (Occupe-toi d'Arletty, di Jean-Pierre de Lucovich, Plon), adesso è la volta di una nuova biografia (Arletty, di David Alliot, Tallandier, pagg.304, euro 19,90) che ha per sottotitolo la celebre replica data dall'attrice a chi in tribunale le imputava d'essere stata l'amante di un ufficiale tedesco durante l'Occupazione: «Si mon coeur est français, mon cul, lui, est international». Arletty è morta all'inizio degli anni Novanta: era divenuta cieca, da un trentennio aveva smesso di apparire sulle scene, aveva raggiunto relativamente tardi il successo, a quarant'anni, e a quarantacinque si era ritrovata con la carriera stroncata, appunto per collaborazionismo, e appena un pugno di film all'attivo. Però erano tutti capolavori e per essere stati girati in quell'arco di tempo che andava dalla caduta del Fronte popolare alla drôle de guerre, all'occupazione e poi alla liberazione, avevano incarnato gli anni più appassionati e più torbidi della storia nazionale, un passato che non è mai passato e che continua ad affascinare fra pentimenti, revisioni e rivendicazioni.


Era la Francia, Arletty, ed era Parigi: troppo affascinante per essere dimenticata, troppo ingombrante per essere semplicemente epurata. Quando Les enfants du Paradis (Amanti perduti è il titolo in italiano) uscì nei cinema il 2 marzo del 1945, lei era agli arresti domiciliari: «Arletty ha dato il suo addio al pubblico con la migliore interpretazione della sua carriera», scrive allora Georges Sadoul, il migliore critico cinematografico comunista dell'epoca, e più che una recensione è una pietra tombale. «Dopo essere stata la donna più invitata di Parigi, adesso sono la più evitata», è il suo commento.

Rispetto ad altre attrici più belle, Arletty aveva dalla sua un'allure tutta particolare, una voce inimitabile, uno spirito aristocratico nel suo essere di popolo. Di estrazione semplice, famiglia operaia («non sono stata allevata, mi sono elevata»), nata a Courbevoie, a due passi dalla casa dove pochi anni prima era nato Céline, il suo vero nome era Léonie Marie Julia Bathiat: il nome d'arte le venne dato dall'anglicizzazione di Arlette, un personaggio di Mont-Oriol di Maupassant, e dopo aver scartato quello che lei ironicamente si era scelto: Victoire de la Marne. Aveva cominciato con l'operetta e le riviste di varietà e a lungo sosterrà che il teatro era il suo lusso e il cinema gli spiccioli da spendere quotidianamente. Senza avere mai girato un film muto, Fric-Frac, con Michel Simon, e Hotel du Nord, con Louis Jouvet, la imposero subito all'attenzione. Poi verranno Alba tragica, Madame Sans Gêne, L'amore e il diavolo, Amanti perduti.

Vestiva Schiaparelli, posava per van Dongen e Kisling, era amica di Colette, di Marcel Aymé, di Drieu la Rochelle («un nome da romanzo. Bel tipo anglosassone. Vien voglia di chiamarlo Sir Drieu...»), del già citato Céline. Senza essere una bellezza moderna, era allo stesso tempo straordinariamente umana eppure distante, gli occhi color della Senna, il fisico solido dalle lunghe gambe, un volto purissimo. Poche come lei ebbero il senso della battuta, la replica fulminante, il gusto della libertà assoluta: «Chiudere le case chiuse, più che un delitto è un pleonasmo» sarà il suo commento alla legge sulla prostituzione che segna la fine dei bordelli. Bisessuale, ai tempi del suo processo per collaborazionismo, interrogata su conquiste e frequentazioni femminili replica: «Sono un gentiluomo» e quando le chiedono come si senta in carcere risponde: «Non troppo resistente». Anni prima, a un indiscreto che le aveva chiesto se fosse gollista aveva detto: «No, gauloise».

Non cattolica («con Dio ci siamo frequentati, ma non ha funzionato»), e però appassionata dell'Irlanda, «un popolo che non si batte per del petrolio, ma per una messa», più pagana che atea, appassionata della Roma dei Cesari, pigra per natura, nella canzone di Garance, l'eroina di Les enfants du Paradis, è racchiuso il suo modo d'essere: «Sono come sono, / sono fatta così. / Quando ho voglia di ridere, rido a crepapelle! / Amo chi mi ama: / ed è colpa mia / se non è sempre lo stesso / quello che ogni volta ama me».


Lo «scénario» che Céline scrisse per lei, Arletty, jeune fille dauphinoise, appare ora tradotto in Arletty, Sartre e Louis-Ferdinand Céline, di Marco Fagioli e Stefano Lanuzza (Aiòn, pagg. 111, euro 14), un volumetto che mette insieme più testi céliniani intorno a un saggio critico dove si alternano curiosamente citazioni tradotte e altre lasciate in francese, l'indicazione di un incontro fra Arletty e Trotsky nel 1941, cioè un anno dopo la morte di quest'ultimo, e alcune foto, fra cui il nudo censurato dell'attrice in Alba tragica, una spugna a guisa di foglia di vite a coprire il pube. Il libretto attribuisce a François Gibault, biografo principe di Céline, la narrazione «intensamente descritta» delle esequie di quest'ultimo, che è invece puro succo delle memorie di Arletty: «Alla sepoltura definitiva, un gatto rossiccio si installa vicino alla bara durante la cerimonia; un bambino innaffia i fiori di una tomba vicina; un agrifoglio cresceva a fianco. Quello che avrebbe desiderato. Il bambino, l'animale, l'arbusto. Getto sulla sua tomba un po' di terra di Courbevoie».




lunedì 6 marzo 2017

Louis-Ferdinand Céline sull'"Indice dei Libri del Mese" di marzo





Sul numero di marzo dell"Indice dei Libri del Mese", una delle più autorevoli pubblicazioni d'informazione culturale italiane, una notevole recensione a cura del francesista Carlo Lauro del nostro 'Louis-Ferdinand Céline - Saggi, lettere e inteviste'! Ora che in Francia negli ultimi mesi la memoria dell'opera di Céline è minacciata da un ritorno al "politicamente e paraculamente corretto", questo bel risultato del libro, affresco a più voci su Céline, uomo "solo contro tutti" e stilista della parola inscindibilmente legati, è ancora più importante! 

Colgo l'occasione per segnalare che ci rimangono poche copie delle 200 tirate di questa edizione; chi ne desiderasse una può usare il link in basso, e che una nuova edizione rivista, curata per una diversa casa editrice, dal catalogo ricercato e in linea con un "irregolare" controcorrente e genio della letteratura come il dottor Destouches, sarà disponibile sugli scaffali delle librerie per l'autunno 2017. 

Louis-Ferdinand Céline - Saggi, interviste, ricordi e lettere
di Andrea Lombardi, su Amazon: http://amzn.eu/eAAZYwX

[...] Alla sua silloge può affiancarsi un volume che nella sua robusta struttura potrebbe quasi ricordare i francesi Cahiers de l’Herne: Louis Fernand Céline Saggi, interviste, ricordi e lettere, a cura di Andrea Lombardi con la collaborazione di Gilberto Tura.

La vastità e la varietà dei materiali, per la maggior parte inediti in Italia, sono un’opportunità notevole per qualsiasi curioso di Céline.

Si può solo citare alla rinfusa. Tura, ad esempio, racconta la storia intrigante della prima traduzione del Voyage, la prima mai uscita, dovuta ad Alex Alexis; e presenta un ampio estratto della magnifica traduzione inedita di Morte a credito lasciata da Giuseppe Guglielmi, molto più celiniana e plebea di quella toscaneggiante di Caproni, il quale già nel 1968 riconobbe lealmente tutte le proprie insoddisfazioni per “quell’atto temerario”.

Articolo polemico (1970) è il Céline underground di Celati (altro sommo traduttore) sulle prudenze bigotte di prefatori come Carlo Bo o sulla “civile noncuranza” verso Céline dimostrata dalle avanguardie italiane e dai francesi di “Tel Quel” o dell’ École du regard; mentre la consueta lucidità di Cases ne Il “caso Céline”. Illusioni illuministiche e paranoia antisemita (1971) analizza la spiazzante parabola dal Voyage alle Bagatelles. E poi ancora ci sono le voci di Vonnegut, Arbasino, Le Clézio, Vandromme, Dubuffet, Deleuze e Guattari, Guillemin etc. (manca purtroppo la sorprendente stroncatura di Da un castello all’altro firmata da Pasolini. Gli interventi di Pound, Miller, Burroughs, Bukowski, danno invece la misura di un’accettazione americana dello scrittore, diffusa, senza riserve. Burroughs rievoca una visita, insieme a Ginsberg, nel 1958 a Céline (residente ormai nel suo serraglio di Meudon) il quale, richiesto di alcune opinioni su Beckett, Sartre, Genet, Michaux, S. de Beauvoir e contemporanei vari, rispondeva infallibilmente “Non è nessuno. Non è nessuno. Non è nessuno”. Saul Bellow vedrà invece in lui un “rompicapo incredibile” e “sgradevole”, rilevando inconciliabilità assoluta tra lo spirito di una scrittura superiore e contenuti antisemiti. In uno stralcio delle sue conversazioni raccolte da Yvon De Begnac, Mussolini – curioso reperto – definisce Céline “una bomba armata a rancore”, nel Voyage scorge “scrittura giacobina” e “argot boulevardier”, ma preconizza “un classico di questo secolo”.

Le interviste riportate da Lombardi sprizzano di vitalità visionaria.

Nell’infinità di considerazioni, spiccano la ripulsa verso modernità e consumismo (l’abbrutimento di televisione, settimanali, automobili, cinema sonoro), il precipizio della giovane letteratura, l’imminente invasione “gialla”, la crescente insofferenza per la ferocia e la pesantezza degli uomini. Tra citazioni di Voltaire o di La Rochefoucauld (non è un neo-arroccamento sui classici,Céline adorava Racine e si faceva spedire in Finlandia musica di Couperin), le conversazioni riprendono i moniti apocalittici degli scritti.

Nel novero delle lettere, spiccano quelle scambiate con Elie Faure, di lucidità brutale sulle questioni sociali e classiste.

Quanto a quelle inviate alla stampa collaborazionista francese, a parte qualche delirio di troppo, non sovrappongono nessuna reale adesione politica all’anarchismo naturale, allo scetticismo inguaribile di Céline. Pezzo di bravura è qui una sorta di missiva antisemita (in “Révolution nationale”, 1943) contro Proust, baco da seta e genio talmudico. In realtà Céline era lettore troppo sottile per un abbaglio su Proust; sotto la coltre di sberleffi per il pédé, il juif e il suo stile bavoso, si troveranno talvolta auree pagliuzze di riconoscimenti mai concessi ad altri (esempio, l’illuminante missiva a Paulhan del febbraio ’49, non presente nella scelta di Cardelli).

Merito non minore dei due appassionati curatori è la ricca documentazione iconografica: tappe che vanno dal reprensibile ragazzetto del Passage Choiseul al milite del ’14, dal distinto dr. Destouches al neo-letterato vincitore del Prix Renaudot, dal confinato in una landa danese al malandato reduce di Meudon circondato da cani, gatti e un pappagallo. Oltre, naturalmente, alle donne di una vita, a mitiche prime edizioni, a numerosi giornali d’epoca, alla galleria di contemporanei più o meno da lui considerati.

Carlo Lauro

mercoledì 25 gennaio 2017

L.-F. Céline in grande: 'LOUIS-FERDINAND CÉLINE. Saggi, interviste, ricordi e lettere' su "Fogli di Via"

L.-F. Céline in grande 


Andrea Lombardi (a cura di. Con la collaborazione di G. Tura): LOUIS-FERDINAND CÉLINE. Saggi, interviste, ricordi e lettere. Off Topic, 2016





Scrivo questa nota in agosto e leggo una lettera di Céline all' "hussard" Roger Nimier datata 1 agosto 1959. Nimier è in Bretagna, in vacanza, Céline coglie l'occasione per dire ciò che pensa delle vacanze: "i poveri non sono che delle scimmie gabbate, feroci e disgustosi proprio come i ricchi... piene le spiagge, piene le autostrade, pieni i cimiteri... non fatevi male in un incidente!" C'è da puntualizzare che il povero Nimier sarebbe morto, come poco tempo prima Camus, proprio in un incidente stradale. Era alla guida della sua Aston Martin e nell'incidente perse la vita anche la scrittrice e modella Sunsiaré de Larcône. Ma non è il caso di fare delle illazioni su qualche tenebrosa facoltà di Céline.

Ciò che voglio fare è spostare l'attenzione sul fastoso libro che permette di accedere tutto in una volta a molteplici documenti come quello sopra riportato. Innanzitutto il libro è curato da Andrea Lombardi (del quale si è già parlato su questi nostri fascicoletti) che di Céline è in Italia il più appassionato esegeta, per quanto ami travestirsi da dilettantesco cultore. Per questo volume - che per giunta dimostra cosa si possa fare con la stampa digitale se si ha buon gusto - Lombardi si è avvalso della collaborazione di Gilberto Tura, gran collezionista di materiali céliniani (tanto che mi viene da pensare che una cospicua parte del prezioso materiale iconografico che corrobora il libro provenga dalle sue cassettiere) il quale del resto collabora con Lombardi anche nella gestione del primo Blog italiano dedicato a Céline (lf-celine.blogspot.com).

Vasta silloge di testimonianze critiche, ricordi e interviste il davvero superbo volume si tiene con giudiziosa prudenza al riparo della banalità. Non mancano nomi come quelli di Arbasino e Vonnegut, ma l'indirizzo generale è quello di flettere ciò che è eminente su un terreno comune dove però anche il minore possa ingaggiare la sua battaglia per spiccare il volo, cosicché brevi testimonianze personali come quella, per esempio, dello sceneggiatore cinematografico Luciano Vincenzoni, abbiano a figurare come un tassello non meno importante degli altri. Ma la stessa cosa vale per testi più impegnativi, come quello ottenuto dalla tesi di laurea di Francesca Bergadano piuttosto originalmente consacrata a un in fin dei conti non del tutto improbabile "Céline surrealista".

Sarebbero veramente troppi i nomi che dovrei riportare - da Maud de Belleroche a Emilio Tadini, da Will Self a Gerhard Heller, da Dominique Venner a Antonio Lobo Antunes, per dire di pochissimi - ma colgo l'occasione per ricordare soprattutto quello che fu uno dei primi critici letterari a dedicare una monografia a Céline nel lontano 1963, vale a dire il belga Pol Vandromme. Da quella monografia (pubblicata in origine dalle Èditions Universitaires e in Italia da Borla, poi riproposta in un'edizione genovese pochi anni fa) viene estrapolata la parte sui pamphlet céliniani (le Bagatelle e gli altri) che, considerando quando è stata scritta, sorprende per maturità, equilibrio e incisività.



Libri come questo non esauriscono tuttavia la loro portata nella collazione apparentemente casuale affidata alla rarità dei documenti. Ciò che costruiscono è, se non una nuova definizione del soggetto esaminato, una trama fitta di nozioni che accanto alle letture consuetudinarie offrono aperture insperate su un paesaggio mentale, in questo caso di Céline, del quale si credeva di sapere proprio tutto, e che ciò avvenga con materiale che in fin dei conti è di repertorio per gli specialisti potrebbe sembrare inspiegabile. Bisogna ricorrere, suppongo, all'ipotesi della nuova e autonoma realtà testuale costituita proprio dalla collazione antologica, cosicché si assiste alla torsione continua della letteratura in teoria e viceversa, senza capire in fondo cosa sia più rilevante fra le due, tanto che il pensiero e la sua trascrizione si confondono in uno stile che non è quello dei romanzi o dei pamphlet, ma quello, e lo sottolineo, delle interviste e cioè, ancora una volta, più il tentativo di spiegazioni all'ingrosso che i problemi letterari ed esistenziali che le motivano. In altre parole la teoria letteraria di Céline, se c'è, la si ritrova, capovolgendo una sentenza di Pasternak, affiancando la coerenza traballante del cuore all'incoerenza rigida dei principi. Tutto ciò è forse più frivolo che enigmatico, e se così fosse lo sarà perché ci si è anche divertiti. Céline comico non è una novità ma Céline una novità continua a esserlo.

domenica 15 gennaio 2017

"La Francia tipo Santo Domingo non mi interessa davvero"

Una delle lettere più iperbolicamente sulfuree di Céline scritte alla stampa collaborazionista francese tra il 1940 e il 1944 (inclusa nel libro Céline ci scrive), propugnante non solo una divisione "semitica" della Francia, ma anche tra Nord e Sud della nazione. Letta da un punto di vista distaccato e con un minimo di distanza, piuttosto che muovere all'indignazione fa comprendere come molte (ma non tutte...) delle frasi di Céline in stile Bagatelle fossero più forsennate invettive polemiche che lucide analisi politico-ideologiche... ad ogni modo, a voi:







Fouesnant il 15 giugno 

Mio carissimo Poulain, mi coglie su due piedi! Ah, capita bene! Capita a fagiolo! Mi chiede un articolo. Prenda questa lettera e a gratis! Celebrare un anniversario? Quello dei Beaux draps? Perbacco! Sempre proibiti! I governi si succedono, giostrano i loro destrieri, la loro musichetta, e patatì e patatà… e niente cambia intendiamoci. Glielo dico molto educatamente. La storia della Francia continua. Piccolissimo indizio mi dirà: narcisismo d’autore che vede il mondo solo dal suo ombelico. La Francia continua! Come vorrà! Andrà avanti senza di me! Non se n’avrà a male. Maurois, Bernanos, adulati, classici a Tolosa, Céline nella merda.
Domani Duhamel grande censore. Tutto questo è proprio regolare, può sorprendere solo un coglione. La Francia odia istintivamente tutto ciò che le impedisce di darsi ai negri. Li desidera, li vuole. Buon pro le faccia! Che si dia! tramite l’Ebreo e il meticcio, tutta la sua storia in fondo è solo una corsa verso Haiti. Quale ignobile cammino percorso dai Celti agli Zazou! Da Vercingetorige a Gunga Diouf. Tutto qua! Tutto sta lì! Il resto non è che farsa e discorsi. La Francia muore dalla voglia di finire negra, la trovo piuttosto a puntino, marcia, zeppa di meticci. Mi fanno proprio ridere quando mi dicono 5 o 800.000 ebrei in Francia! La battutona! Solo Saint-Louis, l’eletto, ne fece battezzare 800.000 tutti in una volta nella Narbonense! Pensi se hanno avuto prole! Altri 50 anni, e nemmeno un francese che non sia meticcio di qualcosa in “ide”, araboide, armenoide, bicoide, polaccoide… E chiaramente “francese” 100.000 volte più di lei e di me. L’arroganza “patriottica”, la faccia tosta, è sempre in proporzione al meticciaggio, alla giuderia personale. Un altro bel giornale è da creare, molto opportuno, il “giallo e nero” em – blema del futuro francese. Se la guerra civile fosse durata sarebbe del resto già fatto. Avremmo due milioni di morti, ariani, sostituiti immediatamente (Mandel dixit) da due maggioranza schiacciante desidera con tutto sé stesso la sconfitta assoluta della Germania e del suo ideale razzista. Bisogna come proclama Churchill «cancellare l’Hitlerismo dalla mappa del mondo». Mi spiego.
Il padiglione nazionale francese copre tutte le mercanzie. La Francia attuale così meticcia non può essere che antiariana, la sua popolazione assomiglia sempre più a quella degli Stati Uniti d’America. Stessi auspici, stessa politica profonda. Attoniti dappertutto riuniti per ordine ebreo, più qualche rimasuglio nordico e celtico a rimorchio, del resto fusi, in via di estinzione (suppergiù come i pellirossa). Veda le nostre squadre nazionali sportive, accozzaglie grottesche, frettolose ammucchiate di non importa chi, pescati non importa dove, dall’Africa alla Finlandia! Il colpo di grazia, senza dubbio, ci fu inferto dalla guerra del ’14-’18: due milioni di morti, più di cinque milioni di feriti e di abbrutiti dai combattimenti e dall’alcol, ossia tutta la popolazione maschile valida, (in maggioranza ariana ben inteso) sfinita, annientata. E tra questi certamente tutti i nostri quadri reali, tutti i nostri capi ariani. La faccenda dei capi! La massa non conta. È plastica, anonima, fa carne, peso di carne, tutto qui. La guerra, la vita lo dimostrano. La massa, la truppa non vale che solo attraverso i suoi quadri, i suoi capi. La truppa meglio inquadrata vince la guerra. È il segreto, il solo. I nostri capi, i nostri quadri sono morti durante la guerra super criminale del ’14-’18. Sono stati immediatamente sostituiti al volo dall’afflusso degli armenoidi, araboidi, italoidi, polaccoidi etc. tutti estremamente avidi, cullati da sempre nel sogno, nei loro paesi infetti, di venire a recitare qui la parte dei capi, di asservirci, conquistarci, (senza alcun rischio). Un ottimo affare! I nostri eroi del ’14-’18, cedettero loro senza esitare i posti ancora caldi. Furono occupati immediatamente. 4 milioni di pulcinella anti-francesi nell’anima e nel corpo, soltanto francesi di chiacchiera, si è visto bene quanto valessero i quadri Boncourt, i naturalizzati Mandel durante la guerra ’39- ’40! Le donne si sposano con ciò che trovano! Certo! Nuova fioritura di meticci! Che commedia! Che lupanare! E così sia! «Vengono fin tra le nostre braccia! Sgozzare, ecc.» non sono affatto i “feroci soldati” a devastare e distruggere la Francia quanto piuttosto i rinforzi negroidi del nostro stesso esercito. Per essere precisi, non sgozzano niente di niente, montano. Ed è l’imprevisto della “Marsigliese”!
Rouget non aveva capito niente, la conquista, quella vera, ci viene dall’oriente e dall’Africa la conquista intima, quella di cui non si parla mai, quella dei letti. Un impero di 100 milioni di abitanti di cui 70 milioni di caffellatte, per volere Ebreo è un impero in via di diventare Haitiano, in modo del tutto naturale. Siamo completamente abbrutiti? È un dato di fatto, per via dell’alcol e dell’in – crocio, e poi per molte altre ragioni… (veda i Beaux draps, proibiti…). Anestetizzati, insensibili al pericolo razziale? Lo siamo, è evidente. 50.000 stelle gialle non cambieranno niente. La Francia intera per un po’, più dreyfusarda che mai, per simpatia così cristiana, sfoggia con fierezza il simbolo giudaico. Nuova Legione d’onore, zazou, molto più giustificata dell’altra. E tutto per Blum e per de Gaulle! Maturi per essere colonizzati? Lo siamo! Da non importa chi! Parlare di razzismo ai francesi, è parlare di sangue puro ai nordafricani, stesse reazioni. Non si fa piacere a nessuno. Vichy si occupa, sembra del razzismo, a modo suo, come si occupa dei miei libri. Vada un po’ a chiedere a Claude Bernard quel che pensa del problema ebraico!… Sarà servito. «Si figuri raccontano i suoi assistenti che se il Sig. Bergson fosse ancora qui, i tedeschi gli farebbero indossare la stella gialla!». Altrettanto attaccabriga! Allora bella cosa, ci dica lei stesso, un po’, quel che preconizza? Ah! quant’è più delicato… scomodo… arduo… crudele… che Dio mi guardi dal potere! Dalle pesanti confidenze popolari! Le ridurrò tutte in poltiglia! Taglierei innanzitutto la Francia in due parti. Per la comodità delle cose, la tranquillità dei partiti. Lo slogan “Una, Indivisibile” mi è sempre sembrato una cosa da “massoni”. Al punto in cui siamo arrivati nella decadenza, saremo per forza le vittime nell’“Indivisibile” noi gente del Nord, poiché è il Sud che comanda, cioè l’ebreo. I Romani troppo meticciati si sono dati due capitali, farò altrettanto. Marsiglia e Parigi. L’una per la Francia meridionale, latina se vogliamo, bizantina, “sovralgerica”, tutto ai meticci, tutto agli zazou, dove si avrebbe tutto il piacere, tutta la libertà di ospitare, amare profondamente tutti i più bei ebreoni del mondo, di eleggerli tutti deputati, commissari del popolo, arcivescovi, druidi, geni, di farsi inculare da loro, all’infinito, aspettando di diventare tutti negri, questione di trenta o cinquanta anni, per come vanno le cose, di raggiungere infine lo scopo supremo, l’ideale delle Democrazie. L’altra per la Francia “a nord della Loira”, la Francia lavoratrice e razzista, è da tentare. Credo che sia forse il momento di attuare alcune grandi riforme…
La Francia tipo Santo Domingo non mi interessa davvero. Può farsela chi si presenta, me ne frego alla grande. Mi dispiace semplicemente di aver lasciato tanta carne per difendere questa porcheria che non sogna altro che Lecache. Una così grande guerra, tanta miseria, per andare da Rotchild [sic] a Worms! Ci vorrà davvero del nuovo per farmi ritornare patriota. Credo che sarà per un’altra volta, forse per un altro mondo, quello dei morti se ho ben capito, la vera patria dei testardi. A lei Poulain! Stia ben attento! Ah! non mi tradisca! la minima parola! tutte le virgole! e coraggio!

domenica 8 gennaio 2017

Diorama di Louis-Ferdinand Céline, di Andrea Scarabelli



Res sacra miser. Sacro è l’infelice, scrisse Louis-Ferdinand Céline a Ole Vinding. Perché spesso custodisce verità inattuali, in anticipo sui tempi, che gli valgono scomuniche e messe al bando. Accadde al dottor Filippo Ignazio Semmelweiss, condannato al manicomio dalla comunità scientifica e a morte dai suoi carcerieri, ma anche a Céline, che a lui dedicò la sua tesi di laurea. Forse non lo sapeva, ma quello scritto giovanile avrebbe praticamente condensato la sua vita. In quell’eretico il suo daimon avrebbe celebrato un futuro al di fuori di ogni conformismo e ortodossia.


È uscito di recente Louis-Ferdinand Céline. Saggi, interviste, ricordi e lettere (Italia Storica, Genova 2016), frutto di una ricerca che ripercorre la vita di uno dei «maledetti» del XX secolo. Un autore che rivoluzionò e si rivoluzionò, adottando stili diversi, per meglio comprendere le antinomie del suo tempo – che, tanto per cambiare, sono pure le nostre. Un autore, soprattutto, contro, che non sarebbe male leggere oggi, in cui è molto più consigliabile essere pro: pro-maggioranza, pro-minoranze, pro-critica, pro-accademia… Il volume è curato da Andrea Lombardi, animatore di un blog tutto dedicato all’autore e già curatore, tra le altre cose, dello splendido La morte di Céline di Dominique de Roux e di Un samurai d’Occidente di Venner, breviario di chi non si sottomette alla tirannia del nostro tempo.



È a tutti gli effetti un diorama di Céline, che ne affronta la vita come la lingua, gli amori come le infatuazioni politiche. Lui, esteta armato, per dirla con Maurizio Serra, schierato da solo contro la volgarità di un mondo che aveva fatto dell’oro la propria madrelingua. Lui, che affermava il primato dello stile su tutto, anche sulla vita – ché è per assenza di stile che muoiono le civiltà, non per cause materiali…

Ed è proprio lo stile a unificare le sfaccettature letterarie e metaletterarie dell’autore del Voyage au bout de la nuit. Come i tanto deprecati pamphlet, da Mea culpa a La scuola dei cadaveri e Bagatelle per un massacro (questi ultimi banditi dalle librerie ma disponibilissimi on line a mezzo di una semplice googlata…). La critica politicamente corretta ha speso anni e anni per separare il polemista dallo scrittore. Come salvare il Viaggio dalle Bagatelle? Di queste “premure” – le quali spesso non fanno che svilire un autore, consegnandolo tutto imbellettato alla critica ufficiale – nel volume in questione non c’è traccia, segno che finalmente qualcosa sta cambiando nel mondo delle Belle Lettere.

Il fatto che i pamphlet, poi, in Céline siano qualcosa di più che dei trattatelli politici è evidente dalla loro lettura. C’è un aneddoto, raccolto da Lombardi, piuttosto illuminante. Il “collaborazionista” Lucien Rebatet, autore de Les decombres e dello splendido Les deux étandards, scrisse che durante una delle sessioni giudiziarie per l’imputazione di Céline vennero letti alcuni passi delle Bagatelle come prove, e il pubblico non smise di ridere a crepapelle, tanto che non fu più possibile continuare la lettura. Una risata che non nasceva da un antisemitismo latente ma era piuttosto provocata, strappata ai nervi stanchi di una civilizzazione fatta a pezzi. Lo comprese bene uno scrittore d’oltreoceano, il quale, al pari di molti altri, cimentandosi nel dominio delle Lettere pagò il suo debito nei confronti di Céline. «Céline, secondo la mia opinione» è Kurt Vonnegut a parlare, «diede nei suoi romanzi la miglior narrazione storica del totale collasso della civiltà Occidentale in due guerre mondiali, come la videro donne e uomini comuni e terribilmente vulnerabili.» Consapevole di trovarsi a un crocevia della storia, parlò di attualità, ma come? Da un luogo altro dall’attualità stessa, che si esprime nella letteratura ma non vi si esaurisce… È la vita vera quella che amava Céline, quella dei bassifondi della storia, dove le magnifiche e progressive sorti non hanno più valore del delirio di un ubriaco, sovrano interiore in un mondo di rovine. La vita che passa senza soluzione di continuità dalla carne alle lettere, in quel binomio che è la cifra più autentica di Céline, come disse una volta Godard.

Un autore generazionale a cui scrittori, filosofi e intellettuali (termine, quest’ultimo, che non sarebbe piaciuto molto al dottor Destouches…) d’ogni risma ed estrazione hanno dedicato qualche riga, pagine, finanche libri interi: Dominique de Roux e Alberto Arbasino, Gilles Deleuze e Felix Guattari, Gianni Celati e Cesare Cases, Dominique Venner ed Ezra Pound, Robert Brasillach e Charles Bukowski, Saul Bellow e Pierre Drieu La Rochelle, Henry Miller e William S. Borroughs… Questi alcuni dei testimoni del genio di Céline, le cui parole accompagnano il lettore in questo viaggio.

L’hanno chiamato anarchico, più che altro per dimenticarsi e dimenticargli l’errore di essersi schierato dalla parte sbagliata. Più che anarchico potremmo chiamarlo Anarca, attento alle dinamiche del potere ma immune alle sue malie. Un anarchico di destra, se vogliamo, come lo definì Giano Accame nel suo ultimo libro, La morte dei fascisti, che conobbe i carnai della Prima Guerra Mondiale rompendo, al pari di Pound e Jünger, l’incanto del Dulce et decorum est pro patria mori. Un Anarca, critico del materialismo capitalista (emblematico il suo sgomento durante la visita alla Ford, in qualità di medico per la Società delle Nazioni) come di quello comunista, affrescato in Mea culpa, uno dei testi che hanno strappato a chi scrive le risate più sonore di sempre.


Un Anarca, a cui vale la pena lasciare la parola, citando una sua lettera a Élie Faure del 1934, tra i molti materiali raccolti in un libro imperdibile per gli amanti dello scrittore francese: «Sono anarchico da sempre, non ho mai votato, non voterò mai per niente né per nessuno. Non credo negli uomini. Perché vuole che mi metta all’improvviso a suonare lo zufolo solo perché decine e decine di falliti me lo suonano? Perché? per mettermi al loro livello di gente meschina, rabbiosa, invidiosa, piena d’odio, bastarda? Non ho niente in comune con questi froci che sbraitano le loro balorde supposizioni e non capiscono nulla». Eppure, molti altri scelgono vie diverse… Céline ne ha anche per loro: «Si immagina a pensare e a lavorare fra le grinfie di quel gran coglione di Aragon, per esempio? Questo sarebbe l’avvenire? Colui che dovrei adorare è Aragon! Puah! Se fossero un po’ tutti meno cialtroni, se fossero così pieni di buona volontà come dicono, farebbero quello che ho fatto io invece di rompere i coglioni a tutti con le loro stonature». Parlano di rivoluzione, ma non è che apparenza. «La ritardano invece di facilitarla. Somigliano a quei maschi che non han più istinti, che feriscono le femmine e non le fanno mai godere. Non sente, amico, l’Ipocrisia, l’immonda tartuferia di tutte queste parole d’ordine ventriloque! Il complesso d’inferiorità di tutti questi agitatori è palpabile. Il loro odio per tutto ciò che è superiore a loro, per tutto ciò che non capiscono, visibile. Hanno la stessa gran voglia di sminuire, distruggere, di insozzare, di recidere il principio stesso della vita che avevano i preti più volgari del Medio Evo. Gli uni e gli altri forse mi fucileranno. I nazisti mi detestano al pari dei socialisti e i comunisti anche… si intendono tutti quando si tratta di sputarmi addosso. Tutto è permesso, tranne di dubitare dell’Uomo… ma io me ne frego di tutti».

Una terapia per le anime destinata a tempi come i nostri, nei quali trionfa il conformismo, il Pensiero Unico in assenza di pensiero. Che si alzi allora la voce degli eretici, dei dissidenti. Res sacra miser.

martedì 6 dicembre 2016



NOËL-NOËL, LOUIS-FERDINAND CELINE & HARRY BAUR, 1936/37
Photo originale, tirage argentique d'époque, prise probablement durant le tournage du film d'Abel Gance "Un grand amour de Beethoven".

venerdì 16 settembre 2016

"Shakespeare. Céline. Secrets at Bottom", by JJ Przybylski [English Text]



Shakespeare. Céline. Secrets at Bottom.

J. J. Przybylski

Editor's note: 

This essay was originally published at Counter-Currents in the USA and subsequently published by Euro-Synergies in Brussels. It basically argue that Shakespeare had the advantage of writing at the dawn of the Golden Age of Elizabethan Theater.  His work, no matter how dark, ends on a sunny note. In juxtaposition, the author suggest that Céline was writing at a kind of Spenglarian dusk when Western Civilization was entering decline.  So Céline's work carries a more muted glint of light. Much of the article, written in somewhat Célinean language, gives testimony to the decline in Philadelphia.  

Last night I ushered at the local Shakespeare Theater. I had to look the part. So I bought shoe polish at the dollar store, lathered my loafers three (3) times, and glossed my footing. Meanwhile, I discovered the secret of Chinese shoe shine exporters: mix dog shit and lard, slip it in a tin, seal it with a Royal English label. 

Dollar stores in Philadelphia must carry all brands of shudras. It’s a footnote in federal non-discrimination posters. Freedom Dollar Store more or less complied. A tall Jamaican worked and preened as a bouncer, a short Mayan-Mexican worked and worked as a stock boy, and a stout Paki in ahijab worked as the owner-overseer from a raised deck with a battery of cash-registers. Finally, a Dominican with rosy lipstick ran the main register and did the dirty-work of taking money. Ha. Ha. I mean she did the dirty-work of interfacing with every fugitive, sickling, church-lady, doped-up mumbler and cheap urban gigolo who counted pennies on the counter.

The Dominican was very nice. Authentically nice. She wasn’t some missionary White Liberal signaling her love of poor darkies for all to see. I think, speaking of trade secrets, that the Dominican girl’s strategic advantage was that she didn’t give a shit. 1) She didn’t give a shit about the backsliding American Blacks need to show, via the stink eye, a smug hatred of Whites. 2) She didn’t give a shit about the USA’s enterprising spirit and/or Judeo-Christian blather which means, for the wage earner, the freedom to work faster and faster to go deeper and deeper in debt while buying costlier and costlier crap. Because the island girl was a champion at handling the leery niggers, stumbling mongrel junkies, and freelance critics who walked in the door, the Paki overseer gave her space. She let the Dominican work at her own fresh and breezy rhythms which are most alien to Filthadelphia.

Life is rich at bottom. A White racist can learn valuable lessons from non-Whites who’ve adjusted to the truth and lies of devolving America. The brown Dominican girl will be just as free and lovely when Western Liberal Plutocracy goes down the toilet. Why? Because her womanly discipline is to be free and lovely right now, regardless of empty promises blabbed by wooly race hustlers, porked-pink politicians and blah, blah, blah. She’s a sparkling gem. Her counterpart is the Black bus driver who’s well seated. Almost like a post-volcanic island. Almost like the Rock of the Ages. But surely the well-seated Black bus driver is like Our Lord’s humble proxy, a salty apostle at the helm of the rolling boat while currents of assholes and elbows flow on the street. And trickled on and off the bus, ebbing and flowing like h-o-p-e.

If you’re a thinking bub with a mind to study a non-White who’s reconciled, within his own cultural referents, the metaphysical truth that we’re all equal in Almighty God’s eyes with the material truth that humanity is a mixed bag? Look to the African-American bus driver. My present point is that the increasingly angry Whiteman can learn from post-disappointment Blacks. Perhaps meta-mature Blacks. On a personal level, even as nailed Christians they don’t give a shit about you. They don’t care whether you’re racist or non-racist or grey in your skin. They solely care about being true to their own inner-standards of Soldier of God comportment. The very best Black bus drivers are bible driven. As Baptists, they are what Evola would call late and faded echoes of the Heroic Navigator. Very late. Very faded. Very barely tuned to the stellar pulse of Aryan lore.

Maybe it’s more like the best Black bus drivers have taken the Hippocratic Oath: First do no wrong. Which reminds me of the trade-secret of Philadelphia’s 5 Star Hospitals. At the pinnacle of tech and brainpower, you get a variation of the same muffled bullshit that passes for harmony on the street. The working truth is that it’s the bosomy White nurses, the modestly high-IQ and pathologically caring goy women, who interface with the human wreckage. They wipe hurt butts, clean pus from fetid wounds, and handle blood and urine samples. If they’re to be trusted with intellectual labor, then they translate aching and garbled complaints into medical terms for the international elite doctors who enter the treatment room like NWO super-stars. The Indians, Asians, Israelis, and shellacked Iranians who ultimately make the call: emergency surgery or modulated therapy or pasty white placebo. A Caucasian Male MD, hired into the hospital on 30-year probation as a congenital but dormant racist, would say that I’m exaggerating the truth. Ha. Ha. A fey diagnosis. I’m exploding the truth.

As for prophetic telling? As for the future of poor White pawns when we’re a minority in America? It’s foretold in Philly if you can read the bumps on the heads of backsliding and dazed Catholics. It’s a trade-secret of serene immigrants to hire a Christianized naif to handle the irate Blacks who enter the door. Preferable, a poor White girl from the depleted Irish Catholic neighborhoods who’s a single mom and reconciled to low-grade abuse. When you see a NE Asian-owned cleaners, with a monkish Asian doing the tailoring and banking, and a rag-faced goy answering complaints about chemical stains and lost pants, you’ve found foreign newbies who’ve aced the New America. They’ve solved the mean streets. It’s up to the native-born White, the face of punch-drunk sympathy, to deliver the law to homeless dregs, “I told you yesterday that you can’t use the toilet. It’s still for employees only. I’m sorry. Sorry. Sorry.”

That’s today’s Philadelphia in the public and semi-public commons where Whites are irrelevant. Reduced to fear and piety or jailhouse bravado. It’s better if you have can afford valet parking. In any case, last night I went back to 1600 and saw a Shakespeare play. I’ve ushered at the theater about 25 times, and that’s my most venal trade-secret as a cheap-ass writer who’s often too lazy to read. It’s said that Shakespeare was a closet-Catholic. Judging by the bewitching hoo-doo in Macbeth, he was also a closet Pagan. It’s a weakness in Christian lore that Mary Magdalene isn’t too appealing as sin’s female agent. But Lady Macbeth has dark feminine wiles that are almost equal to Cleopatra, who Shakespeare renders most lustily. For a while, in the black heart of the play, Shakespeare doesn’t give a shit about the need to present the noble, regal and queenly female ideal. He flies the devil’s kite. He creates stormy fun. But in the end, proper moral order is restored with the thrust of an avenging sword. The good guys win, and social harmony returns to The Realm.

Shakespeare has given me a considerable trade-secret: be irresistibly nasty and politically obscene in my script until the very last moment. Then, like a magician pulling a rabbit out of a hat, produce a warm ’n fuzzy ending. In shoe-shine terms, produce a nicely polished finish and don’t worry about the thin gloss. In 101 textbook terms, produce a plot resolution wherein public order and Divine Order are restored as One. Be wholesome as an afterthought. Take it to the bank.

Thanks Bill. You’re the greatest! But I’m a follower in hard times. I’ve got my own trade-secret to sculptify as a writer. I’ve got my own deep personal resolution to chisel into a plot resolution upon the public stage. Too bad that my ends are as time-specific to the Leaden Age of Western Liberal Plutocracy as Shakespeare’s ends were time-specific the Golden Age of Elizabethan Theater. I’m living at the bottom, maybe beneath the bottom, of a World Historical Cycle if not the Kali Yuga. The point? Regardless of my powers as a cheat, I just can’t pretend to think that the Public Order, the Moral Order, the Natural Order and the Divine Order can be reconciled as One in Philly. Neither can a redeeming spin be synched to the roundly vacant USA and the flickering Globalist Hairball. So much for climactic catharsis with a familial denouement. Shakespeare’s advantage was that he had a knowing race of Englishmen to honor as a loyal and loving prick. He lived at the golden dawn of the British Empire wherein even a vicious pirate like Sir Francis Drake could sincerely drop to his knees and praise The Island Throne. The crowning Spirit of England with its guarded line of aristo-buccaneers. Maybe Sir Richard Burton, as epic writers go, was the last of the breed. Dr. Albert Schweitzer called him “a moral idiot.” But Burton was a heroic navigator of Olympian stature nevertheless. In body and spirit, he was a jealous pedigree with a blinding light.

Life is funny at bottom. It’s amusing to belong to the nadir of Western Man. I’m perfectly cozy here and now. I merge effortlessly, as a natural, with Filthadelphia and its soiled joys and catastrophes. The problem? The trade-secret that’s caught in my throat? The truth that inflames my neck? As a writer and voice, I segregate! I segregate my own frail creative germ from the filthy pedestrian soul-bath regardless of lost profit. I just don’t give a shit about the poor and wailing demos that I know too well. To make matters worse, I don’t give a shit about my financial betters who control the purse-strings, the puppet-strings and the heart-strings of public theater. Neither do I favor their actors in reserve, primed like bombs for the 6 o’clock news: anti-White revolutionaries, volatile immigrants and nihilistic rioters with red-hair, freckles, and dog breath. All that cheap shoe-shine, all that cheap moral or editorial gloss, all that crap lathered over power politics. Really, racial politics.

From the bottom of the Kali Yuga, the grease-pit of the Aryan roller-coaster, my job is to error on the side the Higher Orders. To come clean, as a privileged species of dirty White voyeur who has glimpsed the summit. Revealed in it’s clear majesty by Shakespeare at the top of the ride. Concealed in its gloom by degenerate carriers at bottom. Céline, a man amongst lethal cry-babies and cussed goyim, took it upon himself to grasp the low light. I know some, not all, of his trade secrets. First Céline recognized the luminous germ in the rhapsodic tripe of belly-aching Celt rustics in Paris. Then he recognized the lyrical germ in himself. That was a fateful day. A heroic prick, Céline made his noted lingo, his ripped ditties of genius, untranslatable even into languages like German and Italian that have a kinship with French. It was Céline’s take on low-down fun. It was also Céline’s take on the sport of kings.

A backstreet metaphysician, Céline took the Left Hand Path to the Olympian Heights of Immortal Fame. To cover his tracks in plain sight, he sputtered an asinine ferment of giddy yet scorched-earth prose. There’s do-or-die conviction in his funny steps. The man put himself to the test! And whatever Céline’s ultimate trade-secret, it can’t be severed from his core muse to leave French literature, maybe Western literature, in a vacuum after his death. He refused to be followed.

This explains, at bottom, his anti-Semitic rants. Céline’s paranoia in the face of shysters who’d make a global prole, a pan-humanist, an embalmed ambassador for Colored Revolutions in Africa and Slavonia out of his corpus. Céline: a self-immolating genius. Too hot to touch and leaving friends and foes majestically incensed. Maybe he over-reacted. But maybe he didn’t.