domenica 21 agosto 2016

venerdì 19 agosto 2016



"Avevi urlato notti intere, spellato dall'orrore ancora prima che dal dolore. Avevi invocato la morfina, il cianuro, impartite lezioni in francese su Céline a Massimo, l'infermiere che ti assisteva la notte e non sapeva una parola di francese, ma non sapeva neppure chi fosse Céline, consultato febbrilmente il manuale del perfetto suicida che l'amico francese ti aveva spedito da Parigi, maledetto i medici che si ostinavano a tenerti in vita, dopo averti reciso un pezzo di diaframma e la tua voce che non era più la tua voce".

Marco Dotto, Elogio di Carmelo Bene.


domenica 7 agosto 2016

Andrea Lombardi: “I romanzi di Céline distruggono le illusioni sulla vita”, intervista di Federica Colantoni




Louis-Ferdinand Céline, nato Louis-Ferdinand Destouches, è stato uno degli scrittori più influenti ed eclettici del Novecento, il cui stile innovativo ha influenzato le penne degli appartenenti alla Beat Generation. Scrittore prolifico e controverso, la critica con lui non si è risparmiata; eppure, ancora oggi, a più di 50 anni dalla sua morte, i suoi libri continuano a suscitare l’interesse dei più.

Andrea Lombardi, insieme a Gilberto Tura, è il curatore del saggio Louis-Ferdinand Céline. Saggi, interviste, ricordi, lettere (Italia Storica, Genova 2016), una raccolta di testimonianze, interviste, ricordi dello stesso Céline e di chi l’ha umanamente o letterariamente conosciuto. Ce ne parla in quest’intervista.

Louis-Ferdinand Céline – Saggi, interviste, ricordi e lettere, 
a cura di Andrea Lombardi e Gilberto Tura, Italia Storica, Genova 2016.

In collaborazione con Gilberto Tura ha curato il saggio Louis-Ferdinand Céline. Saggi, interviste, ricordi, lettere. Attraverso gli scritti che avete raccolto, quanto spazio è riservato al Céline uomo e quanto al Céline letterato?

Difficile separarli, artefacendo una dicotomia tra il dottor Destouches e Céline a mo’ di Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Le molte vite di Louis Destouches, dai macelli di massa della prima guerra mondiale, alle piantagioni africane, al fordismo americano, alla disperazione delle banlieue, e, infine, la Germania in fiamme sotto le bombe al fosforo Alleate, hanno formato Céline, l’uomo e, in parte, il romanziere. Come disse egli stesso nel 1939 allo scrittore Pierre Ordioni, appena richiamato: «Senza il maresciallo d’alloggio Destouches, non ci sarebbe mai stato Céline. Vedrà, al ritorno non sarà più lo stesso. […] La guerra vi fa smaltire la sbornia».

Scritti di personaggi importanti della letteratura e non solo – come Ezra Pound, Henry Miller, Charles Bukowski – riempiono le pagine del libro. Qual è il contributo più significativo per capire il personaggio di Céline, a parer suo? Se ve n’è uno.

Sicuramente, nel libro vi sono un gran numero di scritti inediti in italiano di Céline e su di lui, i quali permettono di approfondire tanto gli aspetti più critico-letterari che quelli biografici: dalle sue sulfuree interviste degli anni dell’eremo di Meudon a un suo importante scritto inedito risalente al suo periodo di medico della Società delle Nazioni, a una rarissima intervista alla figlia Colette, rievocante l’eccezionale scrittura del Viaggio al termine della notte, alle sue divertenti lettere all’“ussaro” Roger Nimier sulle vacanze di massa… ai ricordi delle persone più o meno famose che lo conobbero: l’amica di famiglia Eliane Bonabel, l’amico-nemico Gen Paul, il prefetto della “rossa” banlieue di Clichy Frédéric Empeytaz, Karl Epting e Gerhard Heller dell’Istituto di cultura tedesco nella Parigi dell’Occupazione, Robert Brasillach, l’affascinante libertina Maud de Belleroche, il giornalista Ole Vinding che gli fu amico nell’esilio danese, e Pierre Duverger a Meudon, al quale rivelò: «La Rivoluzione, noi la vediamo compiersi ogni giorno. La sola, la vera, è il bracciante negro che si monta la piccola servetta bretone. Tra qualche generazione, la Francia sarà completamente meticciata, e le nostre parole non vorranno più dire nulla. Che piaccia o no, l’uomo bianco è morto a Stalingrado».

«Non si può non continuare a chiederci come mai uno scrittore di quella forza e di quella novità si sia lasciato trascinare da uno spirito più che polemico, predicatore di morte e di rovine», scriveva Carlo Bo riferendosi all’antisemitismo di Céline. Crede si possa dare una risposta?

[Ride] Dalla “banalità del male” alla banalità della banalità! Carlo Bo, in effetti, da fascistissimo laureato a imboscato prima e dopo l’8 settembre 1943 non poteva non continuare a farsi questa domanda, visto che la “morte e rovine” se le è in buona parte evitate!… lasciamo la risposta a chi invece la guerra l’aveva fatta, come Céline… «Céline stesso doveva occasionalmente essersi proprio nauseato della sua mente, e provo a ipotizzare quale fosse il suo difetto principale. Penso che mancasse dell’apparato attutente che la maggior parte di noi ha, e che ci protegge dall’essere travolti dall’assurdità della vita per come realmente è. Così forse lo stile di Céline non è così arbitrario come pensavo fosse. Poteva essere inevitabile, se la sua mente era così indifesa. Per lui poteva non esserci nulla da fare, come se si trovasse sotto uno sbarramento d’artiglieria, se non inveire e inveire e inveire. E le sue opere non possono essere chiamate un trionfo dell’immaginazione umana. Quasi tutto quello su cui inveiva stava realmente accadendo». Sono le parole del grande scrittore liberal americano Kurt Vonnegut, nel 1944 soldatino americano sperduto tra i Panzer tedeschi nelle Ardenne, e testimone, da prigioniero, del bombardamento – della strage – di Dresda nel 1945, da una sua introduzione a una edizione in lingua inglese della Trilogia del Nord di Céline, significativamente intitolata Un simpatizzante nazi difeso a qualche costo, e inclusa nel libro di cui stiamo parlando.

Quanto il suo antisemitismo ha invaso, o meglio si è manifestato nei suoi scritti, oltre in testi come Bagatelle per un massacro?

Beh, negli altri due pamphlet, La bella rogna e La scuola dei cadaveri, che sono ad ogni modo importanti da studiare perché la loro scrittura è tra i primi esperimenti céliniani per arrivare allo “stile emozionale”, vera rivoluzione degli ultimi romanzi di Céline.
In questi libri, più citati che letti, sia da destra che da sinistra, Céline se la prende, cito alla rinfusa, anche con Stalin, con Hitler, con la chiesa cattolica, con i francesi più o meno borsaneristi, più o meno Petainisti, tra una forsennata serie di invettive, ricordi, narrazioni varie e un balletto e l’altro. Fare una specie di “manuale del genocidio per provetti Eichmann” di questo vortice verbale mi sembra sia abbastanza delirante. Ma vediamo succedere di peggio a livello di conformistica demenza, quindi la cosa non mi stupisce troppo.

E quanto, invece, è stato causa di pregiudizio della critica e, soprattutto, dei lettori che per questo motivo tendono a non cimentarsi nella lettura delle sue opere?

Mah, il pregiudizio lo vedo più nella critica, questi “inculatori di mosche”… pur tra alti e bassi Céline è letto da migliaia di lettori, e, specie in Francia, negli ultimi anni non si contano i libri, DVD, documentari di grande successo su lui e la sua opera. Chi poi non legge Céline, semplicemente, si perde dell’alta letteratura, dallo stile innovativo ancora oggi, quasi un secolo dopo.

Invece com’è stato il suo approccio iniziale all’opera di Céline? Di lettore o studioso?

In realtà, dopo aver letto il Viaggio non scoccò istantaneamente il sacro fuoco céliniano; sicuramente, avendolo letto al primo anno d’università, distrusse, però senza che me ne accorgessi subito, buona parte delle illusioni sulla vita, sull’uomo… e Mea Culpa, quella manciata di pagine di geniale smascheramento del fallimento di ogni tentativo politico-religioso di palingenesi dell’uomo, questo «pretenzioso, irrimediabile, impraticabile buco del culo che si vede Giove allo specchio», fecero il resto! Ma, per fortuna di noi lettori, a ben vedere, proprio in fondo in fondo, un bagliore di poesia, di umanità, Céline te lo lascia sempre.

Oltre che del saggio, lei e Tura siete curatori del primo blog italiano dedicato a Céline. Quali sono la genesi del blog e gli obiettivi prefissati?

Il blog, nato per caso mentre testavo la piattaforma blogger, è diventato rapidamente – e con mia sorpresa, inizialmente, non mi ero reso conto che stavo riempiendo un vuoto – un riferimento per i tanti céliniani italiani, spronandomi a pubblicare sempre più piccoli e grandi inediti sul blog e, passando dal virtuale al reale, pubblicando diversi libri su LFC, tra i quali La morte di Céline di Dominique de Roux, Roma 2015, Céline ci scrive – Le lettere di Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944, Roma 2011, e Louis-Ferdinand Céline in foto – Immagini, ricordi, interviste e saggi, Genova 2009, più volte citati nel Bulletin célinien e nella Bibliographie internationale de l’oeuvre de Céline, a cura di Alain de Benoist, Parigi 2015. Tutti obiettivi raggiunti non pianificandone a tavolino neanche mezzo, peraltro, e senza appoggi, se non dei céliniani, amici, più che collaboratori o lettori, che mi incoraggiano da anni! Ma, d’altronde, come scrisse nel 1934 Céline a Élie Faure a margine di una lettera: «Non chiedo nulla a nessuno – La gioventù va dove la porta il suo lirismo, a caso».

Federica Colantoni

L’enfant chez Céline. Actes du XXe colloque international Louis-Ferdinand Céline



"L'infanzia nell'opera di Céline", gli atti di questo interessante convegno internazionale, ora disponibili.

L’enfant chez Céline. Actes du XXe colloque international Louis-Ferdinand Céline, Paris, Société d’études céliniennes, 2016, 254 p.

ISBN : 2-931193-27-7

Prix : 20 €

De la mort de Bébert dans Voyage au bout de la nuit à la bande de petits handicapés que le médecin-écrivain accompagne dans Rigodon, de la jeunesse du narrateur, racontée dans Mort à crédit, aux réflexions sur l’éducation dans les Beaux draps, l’enfance est au cœur de l’œuvre de Céline.

Les articles regroupés dans cet ouvrage étudient tous les aspects de sa représentation et mettent en évidence l’influence de cet imaginaire dans le développement de l’écriture célinienne, tant sur le plan poétique qu’idéologique.

Table des matières

Ana Maria ALVES, « Souvenir d'enfance dans Mort à crédit. Le décès de la grand-mère », p. 11-21.

Anne BAUDART, « Céline et Fellini. L'enfance visionnaire », p. 23-35.

Johanne BENARD, « Lire Shakespeare dans Guignol's band. Un jeu d'enfant ? », p. 37-57.

Isabelle BLONDIAUX, « La danse des mots ou l'étrange maladie de Ferdinand »,p. 59-79.

Émile BRAMI, « L'enfant comme enjeu politique dans les Beaux draps », p. 83-95.

Véronique FLAMBARD-WEISBART, « De l'éducation de Ferdinand et de ses traces dans l'œuvre », p. 97-109.

Francois GIBAULT, « Céline au travers de la correspondance Morand / Chardonne », p. 111-126.

Pascal IFRI, « L'école dans l'œuvre de Céline : de Mort à crédit aux Beaux draps »,p. 129-145.

François-Xavier LAVENNE, « L'enfance, notre seul salut : Les utopies contre-éducatives céliniennes », p. 147-163.

Florence de MEREDIEU, « Artaud / Céline destins croisés : La “guerre continuée” »,p. 165-179.

Pierre-Marie MIROUX, « Bébert et Bébert », p. 181-192.

Bianca ROMANIUC-BOULARAND, « Jeux de cache-cache au pied de la lettre dansVoyage au bout de la nuit », p. 195-213.

Christine SAUTERMEISTER, « Entre apocalypse et utopie : les scènes d'enfants dans la trilogie allemande », p. 215-229.

Anne SEBA-COLLETT, « Céline : d'une enfance abjecte vers une poésie du dépouillement, du rien », p. 231-247.

Marcel Aymé, bluff lunari alla Butte, di Massimo Raffaeli



Marcel Aymé. Realista clinico e insieme fantastico, perfido dissimulatore, Marcel Aymé ha dato il suo meglio nei racconti, ora edito da L'Orma, dove la vecchia Montmartre si fa spaccato di vita "impolitico"

Chi risalga la collina di Montmartre dalla rue Lepic, appena lasciato alle spalle il Moulin de la Galette che fu immortalato da Pierre-Auguste Renoir nel più celebre dei suoi fermo-immagine, di colpo si ritrova in uno spiazzo panoramico proprio all’ingresso della avenue Junot ed è lì che può imbattersi nella statua in bronzo di un uomo che, letteralmente, fuoriesce dal muro. Nella stessa Parigi oggi non molti rammentano che si tratta di un omaggio al Passamura, titolo eponimo di Marcel Aymé (1902-1967), scrittore poligrafo e sommamente prolifico, dio minore della piccola comunità della Butte, i cui vicini di casa, amici suoi di tutta la vita (perché l’uomo fu un esempio di totale fedeltà ai luoghi e alle persone), si chiamavano Gen Paul e nientemeno Louis-Ferdinand Céline: negli anni imminenti sulla guerra, pochi metri dividevano infatti casa sua dallo studio del maestro delle tinte nere (Gen Paul virava sempre, persino i pastelli, verso spessori di tenebra) e dall’appartamento al 4 della rue Girardon, domicilio di quel dottor Destouches che poteva vedere ogni mattina infilare gli occhialoni e inforcare la moto per dirigersi al dispensario di Bezons, il presunto covo di ebrei e comunisti di cui avrebbe straparlato ogni sera ritrovando gli amici in una delle bettole nei paraggi.

Magro, olivastro di carnagione, ossuto, gli occhiali scuri e a specchio che tanto affascinavano il fotografo Izis, un volto quasi impedito al sorriso, Aymé era come si dice uno scrittore-scrittore, un occhio clinico paradossalmente vocato all’invenzione dal vero. Benché abbia lasciato una quantità esorbitante di pagine a stampa e di testimonianze private, benché in vita sua sia stato costantemente uno scrittore di prima fila, se non proprio alla moda, in realtà sembra non avere avuto una biografia e tanto meno una ideologia. Non che fosse ambiguamente schierato, questo no, ma il fatto è che ai suoi occhi il complesso di sensazioni/sentimenti/idee che caratterizza gli esseri umani o si rifletteva sulla pagina in una precisa dinamica di fatti e di azioni o restava invece nel non-essere di una letteratura astratta o in sostanza mancata e, pertanto, da lui sdegnata come irrilevante. Anzi, mistificatoria. Egli era insomma tutto quanto nella pagina che stava scrivendo e dunque realizzava l’antipode dell’autore engagé: perché Aymé era un uomo della scuderia di Gaston Gallimard ma non mancava di concedere racconti a «Je suis partout», era un intimo di molti resistenti (su tutti di Jean Paulhan) e tuttavia il firmatario della istanza di grazia al generale De Gaulle in favore del collaborazionista Robert Brasillach, era infine il libertario che senza mai ostentare i valori repubblicani aveva scritto nel ’52 una pièce dal titolo eloquente, La tete des autres, che rimane uno sferzante atto di accusa contro il filisteismo della magistratura e l’esistenza in vita della ghigliottina.

Pure se da molto tempo pleiadé (vale a dire immortalato in ben tre volumi della «Bibliothèque de la Pléiade» cui va aggiunto il ricchissimo Album Aymé, iconographie choisie et commenté par Michel Lécureur, Gallimard 2001) nel suo paese resta un autore più rispettato di nome che non commentato e studiato di fatto, insomma estraneo al cosiddetto Canone, mentre in Italia della sua vasta produzione (racconti, romanzi, bozzetti, memorie autobiografiche, partiture teatrali e cinematografiche) residuano soltanto alcuni titoli isolati: Le storie del gatto sornione, saettante saga per bambini proposta da Donzelli nel 2005 con un omaggio di Jacqueline Risset; Il passamura, che forse è il libro più suo, intramato di lievissime magie e pubblicato dal Vascello nel ’94, poi senz’altro La giumenta verde, un romanzo eroicomico del ’33 (riproposto da Fazi nel 2006) che, ambientato in provincia al tempo della Terza Repubblica e portato al cinema da Claude Autant-Lara, veicola una satira impudente, leggera e sboccata, dei tabù nazionali e di ogni credo patriottico.

Ma se per i romanzi Aymé ricorre sempre al mestiere, specie negli snodi narrativi perfettamente calibrati o nelle torniture un po’ troppo modellate e talora risapute o stereotipe (e in proposito l’amico Céline gli rinfacciava un certo fignolage, cioè l’astuzia della rifinitura), la sua arte eccelle viceversa nella forma-racconto e nelle più veloci imbastiture: lì c’è il suo tocco inimitabile, l’inventiva sbrigliata, la leggerezza mai cedevole, il brillìo improvviso della parola e lo scatto del giro di frase, insomma il suo sguardo spiazzante e umanissimo che nemmeno i surrealisti, tanto più attrezzati e à la page, hanno mai saputo attingere con una simile naturalezza. Ne dà conto pienamente l’antologia intitolata Martin il romanziere e altre storie fantastiche (L’Orma, pp. 205, euro 16.00) per la cura di Carlo Mazza Galanti che ne firma quella che potrebbe anche definirsi, per adesione filologica e consonanza linguistico-stilistica, una vera e propria versione d’autore.

L’antologia comprende sei racconti databili fra il ’38 e il ’50 e perciò riferibili agli anni buoni di Aymé che furono (vistoso paradosso per un autore tanto impolitico) gli stessi della guerra e della Occupazione. Ne fa fede l’incipitario La carta del tempo, un pastiche dove il razionamento delle vettovaglie è duplicato dal razionamento del tempo di vita circa le categorie di cittadini ritenuti improduttivi, vale a dire pensionati, disoccupati, marginali ma anche scrittori e artisti in generale; qui lo sdoppiamento fra la realtà in terza dimensione, il tran-tran quotidiano, e l’altrove di una non-vita o di una simil-vita si libera in fantasmagorie buffe e libertine con effetti di candido grottesco o di mite, sempre carezzevole, bouffonnerie: «15 aprile. Declinato per stasera un invito dai Carteret, che mi pregavano di assistere alla loro agonia. È una nuova moda delle persone swing quella di riunire amici in occasione della propria morte provvisoria. A volte, mi è stato detto, queste riunioni sfociano in promiscuità orgiastiche. È rivoltante». In proposito, scrisse Baudelaire nei suoi diari che lo spirito della bouffonnerie di rado sa legarsi allo spirito di carità ed è come se avesse antiveduto certe pagine volanti e struggenti di Aymé, il cui estro splende a costante temperatura anche nel racconto terminale, Le Sabine, la vicenda di una donna (una piccolo-borghese all’apparenza spenta e castigata) che ha il dono della ubiquità in quanto è capace di sdoppiarsi all’infinito e di vivere in contemporanea il qui e l’altrove dentro una trafila di incarnazioni le quali si moltiplicano a cadenza logaritmica: come nel più classico appeal narrativo, vi si scatena l’ingordigia del sesso e dei soldi per il semplice fatto che Aymé, con tutta la sua aria svagata e lunare, con tutto il suo girare a vuoto e la testa campata in aria, ha in effetti i piedi ben piantati sul terreno della clinica naturalista.

Egli è un dissimulato ma severo osservatore della piccola borghesia e dei suoi microcosmi domestici (ora opachi e ordinari, ora invece sordidi e scurrili) ma per concedersi un’ottica spiazzante (la levità, il bluff, la fantasmagoria) egli deve anche fingere di dimenticarsene. Deve perciò simulare quel candore e quella tenerezza che infatti per lui non sono dei semplici tratti elettivi ma sono appunto i risultati di una acuta e certe volte perfida dissimulazione. Nella sua mite gesticolazione scritta Aymé è molto più vicino a un Jacques Tati che non a un umorista predeterminato, e infatti è lontanissimo dalla parodia, non va a caccia di trovate ma di azioni fortuite, semmai, e di occasioni impensate. Osserva nella prefazione Mazza Galanti: «Lo scrittore riesce insomma a far coincidere con esattezza (…) l’invenzione fantastica della struttura narrativa con il materiale quotidiano, realistico e sociologico à la Zola, delle sue ambientazioni predilette. In tal senso si potrebbe forse definire quello di Aymé come un realismo fantastico (…) ma la deformazione fantastica non si limita ad assolvere la funzione di semplice cornice e lo straniamento che ne deriva è ottimo carburante per le più spericolate interpretazioni del lettore contemporaneo». Un lettore che, in Italia come nella stessa Francia, il passamura Marcel Aymé a conti fatti non ha mai avuto.

Massimo Raffaeli

mercoledì 22 giugno 2016

Recensione di "Louis-Ferdinand Céline - Saggi, interviste, ricordi e lettere" su "il Giornale" del 19/6/2016





"Louis-Ferdinand Céline - Saggi, interviste, ricordi e lettere" va a colmare una lacuna dell'editoria italiana troppo impegnata nel lanciare improbabili esordienti o rilanciare improbabili vecchie glorie (?) locali per accorgersi che nel resto d'Europa, oltre a esistere un dibattito culturale in cui non è obbligatorio essere tutti d'accordo, non scema l'attenzione per i «fondamentali».
Vale a dire per i documenti che illuminano la vita e l'opera dei grandi, quelli veri. Il libro curato da Andrea Lombardi recupera un'ampia produzione editoriale comprendente testimonianze, epistolari e scritti inediti di Céline (1894-1961). Il maledetto, il collaborazionista, l'autore del Viaggio al termine della notte, uno dei capolavori del Novecento. Qui troviamo i ricordi di Georges Geoffroy, compagno di avventure di un giovane Louis Destouches (questo il nome di battesimo di Céline) a Londra nel 1915, dell'artista Eric Mahé, l'intervista di David Alliot alla figlia di Céline, Colette Destouches Turpin. Tra i saggi, il corazziere Destouches tra gli orrori della Grande Guerra e la storia del manoscritto del Viaggio al termine della notte.

Ma anche interventi dei maggiori esperti di Céline: Éric Mazet, Pol Vandromme, François Gibault. E testimonianze di «colleghi» come Ezra Pound, Drieu la Rochelle, Kurt Vonnegut e tantissimi altri. Tra le lettere, quelle alla stampa collaborazionista, a Robert Denoël, a Roger Nimier (amico, editor e grande scrittore in proprio: ignorato dagli editori italiani). Poi ci sono gli inediti di Céline stesso, dall'articolo del 1929 scritto per la rivista medica della Società delle Nazioni (Céline era dottore), all'intervento inciso su vinile nel 1957. Se non bastasse, l'apparato iconografico offre immagini rarissime. All'editoria italiana piacciono i romanzi col messaggio, meglio se vergati come fossero temi della maturità o articoli di giornale. Céline invece li detestava per i motivi che egli stesso spiega nel brano che pubblichiamo in queste pagine. Possiamo leggere l'invettiva di Céline come la stroncatura dei libri «di cui tutti parlano». E che sempre meno, comprensibilmente, vengono letti.


http://www.ilgiornale.it/news/libro-che-colma-lacune-editoriali-1273380.html




Formato 19,5 x 25, brossura con sovraccoperta, 324 pagg., ill. in b/n e colori. Edito nella collana OFF TOPIC di ITALIA Storica, Genova 2016. 

sabato 18 giugno 2016

Louis-Ferdinand Céline - Homage to Zola [English Text]



Louis-Ferdinand Céline

Homage to Zola

Translated by Alexander Jacob


Speech delivered at Médan, 1 October 1933, on the occasion of the 31st death anniversary of Émile Zola (1840-1902). The text was first published by Robert Denoël in 1936 in Apologie de Mort à crédit, and more recently in Céline et l'actualité littéraire (1932-1957), ed. Jean-Pierre Dauphin and Henri Godard, Paris: Éditions Gallimard, 1976, as well as in Études françaises, Vol.39, no.2, 2003, p. 87-91. 



“Men are mystics of death whom one should mistrust”



Thinking of Zola we remain somewhat disturbed by his work; he is still too close to us for us to judge him well; I mean in his intentions. He speaks of things that are familiar to us … It would have been pleasant if they had changed a little.

Allow us a small personal memory. At the Exposition of 1900 we were still quite young, but we retained the quite vivid memory nevertheless that this was an enormous brutality. Feet especially, feet everywhere, and dust, in clouds so thick that one could touch them. Interminable people marched past, pounding, crushing the Exposition, and then this moving walkway which creaked upto the gallery of machines, full, for the first time, of torturous metals, colossal threats, catastrophes waiting to happen. Modern life was beginning.

Since that time, it has not been better. Since L'assommoir[1] it has not been better. Things have remained at the same state with some variations. Had Zola worked too well for his successors? Or did the ones who came after fear Naturalism?[2] Maybe.

Today, Zola's Naturalism, with the means that we possess to instruct ourselves, becomes almost impossible. One would not leave prison if one recounted life as one knows it, beginning with one's own. I mean such as one has understood it for twenty years. Zola already needed some heroism to show the men of his time some gay images of reality. The reality today would not be allowed to anybody. For us therefore symbols and dreams! All the transpositions that the law does not yet reach! For, finally, it is in symbols and dreams that we spend nine-tenths of our life, since the nine-tenths of existence, that is, of vital pleasure, are unknown or prohibited to us. The dreams too will be hunted down one day or the other. It is a dictatorship that we deserve.

The position of man in the middle of his cluster of laws, customs, desires, knotted suppressed instincts has become so dangerous, so artificial, so arbitrary, so tragic and so grotesque at the same time that literature was never so easy to conceive as at present, but also more difficult to bear. We are surrounded by entire countries of shell-shocked idiots, the least shock precipitates them into never-ending murderous convulsions.

So we have arrived at the end of twenty centuries of high civilisation and, nevertheless, no regime could resist two months of truth. I mean the Marxist society as well as our bourgeois and Fascist societies.

In fact, man cannot persist in any of these social forms, entirely brutal, completely masochist, without the violence of a permanent and increasingly massive, repeated, frenetic lie, “totalitarian” as it is termed. Deprived of this constraint, our societies would collapse into the worst anarchy. Hitler is not the last wod, we shall perhaps see more epileptic phenomena yet, here. Naturalism, in these conditions, whether it wishes or not, becomes political. One kills it. Happy those whom Caligula's horse governed!

The dictatorial mouths everywhere are met at present by the innumerable addicts of alcohol - from the monotony of daily tasks - , the myriad repressed, all smothered in an immense sado-masochist narcissim, all deriving from researches, experiments and social sincerity. People talk to me too much about youth, the evil is deeper than youth! In fact, I see in youth only a mobilisation of desires for apéritifs, sports, automobiles and shows, nothing new. The young, at least as regards ideas, for the most part lag behind the gossiping, money-grubbing, homicidal R.A.T.s[3] In this context, to remain fair, let us note that the youth does not exist in the Romantic sense that we still lend to this word. From the age of ten the destiny of man seems quite fixed in its emotive sources; after this period we exist only through insipid, increasingly less sincere and more theatrical repetitions. Perhaps, after all, the “civilisations” will suffer the same fate? Ours seems to be quite concentrated in an incurable militant psychosis. We live only for this sort of destructive repetitions. When we observe from what rancid prejudices, what rotten nonsense the absolute fanaticism of millions of so-called evolved individuals, instructed in the best schools of Europe, can be nourished we are certainly authorised to ask ourselves if the instinct of death in man, in his societies, does not already definitively dominate the instinct of life. German, French, Chinese, Wallachian. Dictatorships or not. Nothing but pretexts to keep playing, to the death.

I would like to explain everything through the malign defensive reactions of capitalism or extreme misery. But things are not so simple or as significant. Neither profound misery nor police oppression justifies these mass rushes towards extreme, aggressive, ecstatic nationalisms of entire countries. One can certainly explain things in this manner to the faithful who are already quite convinced in advance, the same people to whom was explained twelve months ago the imminent, unmistakable arrival of Communism in Germany. But the taste for wars and massacres could not have for its essential source the appetite for conquest, power and benefits of the ruling classes. Everything has been said, exposed, in this matter without anybody having been disgusted. The present unanimous sadism proceeds above all from a desire for nothingness profoundly installed in man, and especially in the masses, a sort of almost irresistible amorous unanimous impatience for death. With coquetry of course, and a thousand denials, but the tropism[4] is there, and so much more powerful in that it is perfectly secret and silent.

Now the governments have got into the habit of their sinister peoples, they are well adapted to them. They dread any change in their psychology. They wish to know only puppets, contract assassins, ready-made victims. Liberals, Marxists, Fascists are in accord only on one point: soldiers! Nothing more and nothing less. In fact, they would be able to make people absolutely peaceful. If our masters have arrived at this tacit practical agreement, it is perhaps because after all the soul of man has been definitively crystallised in this suicidal form.

One can obtain everything from an animal through gentleness and reason, while the great mass enthusiasms, the durable frenzies of the crowds are almost always stimulated, provoked, maintained by stupidity and brutality. Zola did not at all have to envisage the same social problems, presented especially in this despotic form, in his work. The faith in science, at that time quite new, made the writers of his epoch think of a certain social faith, of a reason to be “optimistic”. Zola believed in virtue, he thought of horrifying the guilty man but not of making him desperate. We know today that the victim always demands martyrdom and more. Do we still have the right, without stupidity, to represent any Providence in our writings? It was necessary to have a robust faith. Everything becomes more tragic and more irremediable the more one penetrates into the destiny of man. Let one cease imagining it and live it such as it really is ...One will discover it. One does not yet wish to admit.it. If our music turns to the tragic, it is because it has its reasons. The words of today, like our music, go much farther than at the time of Zola. We work at present through sensibility and not through analysis, in short, “from inside”. Our words reach as far as the instincts and sometimes touch them, but, at the same time, we have learnt that there our power has stopped, and forever.

Our Coupeau[5] no longer drinks as much as the first. He has been educated … He babbles much more. His “delirium” is a standard office with thirteen telephones. He gives orders to the world. He does not like women. He is a brave man too. He is abundantly decorated.

In man's game, the instinct of death, the silent instinct, is perhaos decidedly well placed, alongside egoism. It takes the place of the zero of roulette. The casino always gains. Death also. The law of numbers works for it. It is an impeccable law. Everything that we undertake, in one way or the other, stumbles over it and turns to hatred, to the sinister, to ridicule. One should be gifted in a rather bizarre manner to talk of anything else than death in times when on land, sea, in the air, at present and in the future, it is a question of only that. I know that one can still go to dance the musette at the cemetery and speak of love in the slaughterhouse, the comic author retains his chances, but it is just a consolation.

When we have become normal, in the sense that our civilisations understand and desire it and soon demand it, I think that we shall finally explode also with wickedness. We will have been left with only the instinct for destruction to divert ourselves with. It is that which is cultivated from school and that one maintains throughout what is still called life. Nine lines of crime, one of boredom. We will all die together, with pleasure altogether, in a world that we will have taken fifty centuries to barbwire with constraints and anxieties.

It is perhaps time to render a supreme homage to Émile Zola on the eve of an immense disaster, yet another. It is no longer a question of imitating or following him. We have obviously neither the gift nor the power, nor the faith which the great spiritual movements create. Would he, in turn, have the power to judge us? We have learnt about strange things about souls since he departed.

The street of Man is a one-way one, death maintains all the cafés, it is the belote[6] of “blood” which attracts and detains us.

Zola's work resembles for us, in some aspects, the very solid work of Pasteur, still so alive, in two or three essential points. In both these men, transposed, we find the same meticulous technique of creation, the same concern for experimental probity and above all the same formidable power of demonstration, in the case of Zola in an epic form. That would be too much for our epoch. Much liberalism was required to support the Dreyfus affair. We are far from that time, in spite of all academics.

According to certain traditions, I should perhaps end my little talk on a tone of good will, optimism. But what can we hope of Naturalism in the conditions in which we find ourselves? Everything and nothing. Rather more nothing, for the spiritual conflicts irritate the masses too closely nowadays to be tolerated for a long time. Doubt is in the process of disappearing from this world. It is killed along with the men who doubt. This is quite certain.

“Whenever I hear the word 'spirit' uttered around me I spit!”,[7] a recent dictator warned us who was, for that very reason, adulated. One wonders what this sub-gorilla may do if one speaks to him of “Naturalism”?

Since Zola the nightmare which surrounded man has not only become well-defined but it has become official. To the degree that the “gods” become more powerful they become also more ferocious, more jealous and more stupid. They become organised. What to tell them? One is no longer understood.

The Naturalist school will have done its task fully, I think, the moment that it is prohibited in every country of the world.

That was its fate.

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[1] L'Assomoir (1877) was the seventh novel in his twenty-volume series Les Rougon-Macquart. It is a depiction of the misery of the Parisian working classes. 

[2] Zola's literary style, generally called 'Naturalism', focussed on the harsher realities of social life as well as their underlying causes. 

[3] Those with the “rapport d'atelier territorial” (territorial workshop report) certification, 

[4] tendency 

[5] Coupeau is the second husband of the laundry woman, Gervaise, in Zola's L'Assomoir. Though he begins as a teetotaller, he gradually becomes an alcoholic and finally loses all interest in Gervaise as well as in life. 

[6] A French card game. 

[7] The sentence “Wenn ich 'Kultur' höre … entsichere ich meinen Browning” (when I hear 'culture' … I unlock my Browning) is mistakenly attributed to Hermann Göring and actually occurs in a play by Hanns Johst, Schlageter (1933) which was written for Hitler's 44th birthday. In the play it is spoken by a friend of the proto-Nazi martyr Albert Leo Schlageter who declares that he would prefer to fight than to discuss culture. 

martedì 31 maggio 2016

Louis-Ferdinand Céline - Saggi, interviste, ricordi e lettere, a cura di Andrea Lombardi e con la collaborazione di Gilberto Tura








DISPONIBILE E IN TIRATURA LIMITATA! INFO PER ORDINI IN CALCE.




Negli ultimi anni Louis-Ferdinand Céline è tornato prepotentemente alla ribalta nell'attenzione del pubblico e della critica, in Francia e non solo, con una fitta produzione editoriale comprendente la pubblicazione di inedite testimonianze, epistolari e anche scritti autografi. Purtroppo, in Italia – paese che in passato si era distinto negli studi céliniani – ben poco di questo prezioso materiale è stato tradotto e presentato al pubblico degli amanti di Céline e della grande letteratura in generale, ma, anzi, diverse delle recenti uscite editoriali italiane a lui dedicate rientrano più nella sfera della critica letteraria autoreferenziale, per di più spesso basata su tesi preconcette, e non nella ricerca spassionata della divulgazione dell'opera dell'autore tramite la condivisione con i lettori di nuovi elementi bibliografici primari e secondari.
Questo libro cerca di coprire questa lacuna, pubblicando numerose testimonianze, saggi, lettere e interviste di Louis-Ferdinand Céline inedite in italiano, assieme ad altri articoli e interventi editi degni di nota ma difficilmente reperibili.

Tra le testimonianze, quelle di Georges Geoffroy, compagno di scorribande di un giovane Louis Destouches a Londra nel 1915, dell’artista e bohémien Eric Mahé, l’esclusiva intervista di David Alliot alla figlia di Céline Colette Destouches Turpin, dell’amica di famiglia Eliane Bonabel, dell’amico-nemico Gen Paul, di Robert Debré e Sylvain Malouvier rievocanti il Céline medico negli anni ’30, dell’incontro in Russia nel 1935 con l’antifascista Lucie Mazauric, dell’amante Erika Irrgang, di Frédéric Empeytaz, prefetto della “rossa” banlieue di Clichy, di Karl Epting e Gerhard Heller dell'Istituto di cultura tedesco nella Parigi dell’Occupazione, del colonnello SS Hermann Bickler, di Robert Brasillach, dell’affascinante libertina Maud de Belleroche, del giornalista Ole Vinding nell’esilio danese, di Pierre Duverger a Meudon…

Nei saggi, il corazziere Destouches tra gli orrori della Grande Guerra, l'avventurosa storia del manoscritto originale del Viaggio al termine della notte e la sua prima traduzione italiana, le traduzioni comparate di Morte a credito di Giorgio Caproni e Giuseppe Guglielmi, le considerazioni controcorrente su Mea Culpa e Bagatelle per un massacro dei critici letterari Éric Mazet e Pol Vandromme, tra i maggiori esperti di Céline, La bella rogna e la polemica anticristiana secondo Dominique Venner, Da un castello all'altro nel commento di Francesco Biamonti e Pantomima per un'altra volta in quello di Alberto Carrara, l'opera letteraria e la vicenda umana di Céline secondo il suo maggiore biografo François Gibault, e i commenti di Cesare Cases, Emilio Tadini e Alberto Arbasino, Ezra Pound, Drieu la Rochelle, Adrien Arcand e Benito Mussolini, Kurt Vonnegut, Henri Guillemin, Paul Lévy, Nicole Debrie, Henry Miller, Saul Bellow, Will Self, António Lobo Antunes, William S. Burroughs, Charles Bukowski e Gilles Deleuze.

Quindi, le lettere a Élie Faure, a Gallimard, alla stampa collaborazionista francese, a Alexandre Gentil, Henri Mondor, Roger Nimier, un’inedita introduzione ad un articolo del 1929 scritto dal dottor Destouches per la rivista medica della Società delle Nazioni, le interviste di Robert Sadoul per la Radio suisse romande nel 1955 e di Madeleine Chapsal per “L’Express”, l’autointervista incisa su vinile da Festival nel 1957, Céline sulla TV e sulla pubblicità per “Télé Programme Magazine” nel 1958, e l'ultima, profetica intervista al critico letterario Robert Stromberg del 1961.

Completa il testo una sezione iconografica presentante fotografie e documenti in gran parte inediti per il pubblico italiano, provenienti da archivi pubblici e collezioni private.


Formato 19,5 x 25, brossura con sovraccoperta, 324 pagg., ill. in b/n e colori. Edito nella collana OFF TOPIC di ITALIA Storica, Genova 2016.




Euro 38,00, info e ordini via mail a ars_italia@hotmail.com.

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